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Se una notte d'inverno uno scrittore...

Pensieri erranti in cerca d'evasione -di Claudia Catalli-


 

25.05.07

Permalink 00:56:31, Categorie: Pensieri e parole, 445 parole  

Perché scrivere un blog?

Nel suo blog, Loredana Lipperini, giornalista-scrittrice-tuttologa della carta, scrive 5 buoni motivi per cui tenere un blog. Ve li trascrivo:

“1. Guardarsi intorno. Incontrarsi e scontrarsi con persone che difficilmente si sarebbero conosciute nel proprio ambiente.
2. Scrivere tutti i giorni (almeno per me): ovvero, tenere fede ad un impegno con se stessi e contemporaneamente dotare di nuovi strumenti quella che Stephen King chiama “la cassetta degli attrezzi”.
3. Usare uno stile di scrittura diverso da quello destinato alla carta. Lasciarsi andare. Tornare a divertirsi con le parole.
4. Backstage: cosa c’è prima, dietro, intorno ad un progetto di scrittura (libro, articolo, saggio). Double gift: si offre e si riceve (consigli, suggerimenti, critiche, approfondimenti).
5. Approfondire: temi, idee, narrazioni. Proprie e altrui. In tempi e modi che su carta sarebbero impossibili. Infatti lo sono: a chi non è capitato di pensare “ancora?” leggendo o ascoltando di argomenti già lungamente dibattuti in rete?”

Su alcuni punti sono assolutamente d’accordo con lei, come sul double gift, sul guardarsi intorno e confrontarsi, sugli incontri improvvisi e sui sempre nuovi stimoli ed idee che vengono fuori. Ma c’è un punto, il 3, che proprio non mi piace. Non lo sopporto, non riesco neanche a guardarlo, lo vorrei depennare. Come se per lasciarsi andare servisse un blog. Come se sulla carta non fosse concesso o si rivelasse desueto giocare con le parole. Per me, a dire il vero, è diverso. Sul blog scrivo male, assonnata, di fretta. Gioco poco con le parole, quello che mi preme di più è la comunicazione, vivo l’ansia di trasmettere un messaggio o di condividere un’emozione. Il “come”, qui sul blog, è secondario. Conta l’altro che mi legge, non io. Sulla carta, invece, è tutto diverso. Lì non esiste nessuno, a parte la storia che vado scrivendo. O che si scrive attraverso me. E allora lì, sì, mi lascio davvero travolgere dal flusso dei miei pensieri e sopraffare da sensazioni uniche che sanno di onirico e di pelle.

Io non ho motivi da decantare per scrivere su questo blog, non ne conosco. Mi piace però immaginare che possa diventare uno spazio di dibattito, di arricchimento reciproco, di stimoli e pensieri diversi. Non me lo impongo, però, come la pillola del giorno (vd punto 2). Scrivere non è mai darsi appuntamento con se stessi o mantenere un impegno. E’, semmai, tradirsi di continuo, mancare ogni appuntamento, ritardare, soffermarsi, fare improvvisate… scrivo solo quando sento che devo farlo, ma nel senso che in quel momento non c’è altro che potrei fare. Non un rimpiazzo, ma un’emergenza, un’urgenza di scrivere. Magari in una notte calda come questa, in cui nessuno mi legge e io affogo serena e nottambula in una bottiglia d’acqua già troppo tiepida…


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di SpettrodiCla

20.05.07

Permalink 23:12:57, Categorie: Tu chiamale, se vuoi, emozioni, 313 parole  

Libri, chiacchiere intelligenti e tanta simpatia

...Sto parlando di un portale che merita davvero una visita da parte di tutti voi: Locanda Almayer, una realtà virtuale tutta proiettata sull'universo della scrittura e della lettura. Un coacervo di appassionati, nido sicuro per tutti coloro che amano smoderatamente perdersi fra sogni cartacei... e magari, nel frattempo, farsi qualche amico online discutendo di letteratura attraverso il neonato, e già molto frequentato, forum. Tutto questo e molto altro fa accadere Anna Maria Verde, giovane responsabile del portale, che ha il merito di mettere la sua evidente professionalità a servizio delle "nuove voci", ovvero tutti quei volti sconosciuti che faticano a farsi notare dal grande pubblico perché, come me, privi di padri, padrini e grandi battage pubblicitari di case editrici affermate alle spalle. V'invito a cliccare sul link e a smarrirvi nei meandri accoglienti della Locanda. Sono sicura che non ve ne pentirete!
Angeli e libri
Dal Forum [intervento mio]:
"Sul mio comodino... beh, al momento ci sono troppi libri. La mia stanza è tutta fatta di libri - ma questa è un'altra storia. Leggo molto anch'io, da sempre. Scelgo il libro in cui tuffarmi di notte a seconda dell'umore, delle circostanze che vivo, delle sensazioni che mi evoca una determinata storia... Gli ultimi approdati, comunque, sono lo straordinario "La maga delle spezie", di cui mi sto semplicemente innamorando (e lo centellino per illudermi che non finisca mai!) e "Maya" del grande Jostein Gaarder, uno dei miei scrittori preferiti.
Consiglio a tutti una lettura cruda e intensa, che mi ha cambiato la vita, stordendomi in poche pagine: "La trilogia del seno", di Mahasweta Devi. Più testimonianza che narrativa, più libro-denuncia che romanzo. La femminilità esce dalle pagine e graffia, urlando inferocita di dolore disumano. E' la tortura che annulla, l'indifferenza che sopprime, l'anonimia che seppellisce nel silenzio l'ennesima vittima. Ebbene, la grande Devi prova a scrivere tutto questo. Incazzata e furente, come piace a me.
Buona serata e buona lettura."


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di SpettrodiCla

16.05.07

Permalink 14:40:59, Categorie: Cinema-arte-cultura, 373 parole  

Metti una sera al cinema {it's back}

A grande richiesta, riecco l'appuntamento con Metti una sera al cinema. Anche stavolta, mi limito ad indicarvi le pellicole che mi sono sembrate più interessanti, naturalmente senza alcuna pretesa. Così, nel caso decideste (e rischiate, vi avverto da subito!) di darmi fiducia, potreste addirittura imbattervi in un buon film. In caso contrario, invece, vi autorizzo sin da adesso a riempire d'insulti questo post e la sottoscritta, colpevole solo di cinefilia vostro Onore.

Dunque dunque, nelle ultime settimane c'è stata qualche uscita interessante. Potremmo partire dall'ultimo weekend, che ha visto uno straripante Robin Williams tornare in splendida forma per un attimo fuggente sul grande schermo nelle esilaranti vesti di Tom Dobbs, celebre comico che per un errore informatico diventa... presidente degli USA. Con L'Uomo dell'anno Barry Levinson firma un filmetto dignitoso, divertente e politicamente scorretto - ma si dimentica di calcare la mano e con il suo freno tirato lascia un retrogusto insipido. Durante la visione si ride molto, si sogghigna spesso, si riflette con ammiccamenti/riferimenti attuali. Niente male insomma, ma si poteva fare molto meglio affondando gli artigli nell'arguzia della satira politica fino in fondo. Andando a ritroso, vi consiglio di recuperare L'estate di mio fratello, opera prima di un regista che sceglie di raccontare una deliziosa storia infantile nel senso più genuino e gradevole del termine.
Scamarcio e Germano
Per continuare sul recupero selvaggio, puntate su Mio fratello è figlio unico, racconto politico/generazionale che schiera un testa a testa di tutto rispetto: Elio Germano è ormai una promessa più che mantenuta del cinema italiano, Riccardo Scamarcio se ben diretto lavora al meglio. E poi Angela Finocchiaro è una delle caratteriste più brave che abbiamo in Italia. Da non perdere il poderoso Le vite degli altri, indescrivibile per la sua efficacia narrativa che si snoda sui binari dei sentimenti umani corrotti (ma non tutti) da un potere cieco assetato di sangue. Regime di stato contro tirannia del cuore, incapacità di sottrarsi ad un istinto naturale di solidarietà umana. Chi vincerà?

Per finire, non dimenticatevi Number 23, ma prima di vederlo controllate l'orologio, il calendario, i granelli nella clessidra: ovunque voi siate, la maledizione del numero vi seguirà... Come dite? Chiamate Spiderman? No, grazie. Non amo nè maschere nè super-eroi. Preferisco le persone comuni, sbagliate ma per lo meno autentiche...


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di SpettrodiCla

28.04.07

Permalink 13:53:29, Categorie: Pensieri e parole, 236 parole  

Ritorno

Sono stata per molto tempo lontana. Ho vagato per storie, luoghi, deserti, attimi il cui ritorno alla realtà non mi è stato mai assicurato. E ora, finalmente, ritorno. Preannunciando già che non sarà qualcosa di definitivo, continuo, coerente. Mancanza di una linea diritta. Scrittura a singhiozzo, che scivola lungo un piano inclinato, obliqua, intrecciandosi con una rete di linee che s'intersecano, si confondono, poi si abbracciano e, a volte, si perdono.

Non vi ho mai (de)scritto chi sono. Non vi ho mai parlato di me. Non lo farò neanche adesso, mi limito soltanto a comunicarvi tutta la gioia di confrontarmi con voi, in uno spazio che mi e ci è stato donato e di cui mi permetto di raccontare la genesi. Un giorno d'agosto mi arrivò un messaggio della carissima Luisella, donna di grande fascino intellettuale (basta ascoltarla per intuirlo) che s'impegna da anni per scovare le nuove penne del domani. E lo fa con grande passione, impossibile non accorgersene. Parlai con lei in occasione dell'uscita del mio primo libro, "Metamorfosi" edito da Il Filo (non spenderò ulteriori parole, v'invito a cliccare sul link, se vorrete). Dopo quella nostra chiacchierata, decisi di aprire questo blog. Senza sapere come fare. Senza progettare nulla, nè impormi scadenze. Ero sospesa nella paura di un monologo infinito. Mi sono data del tempo per pensare, per vivere, per lasciar fermentare idee e spirito d'iniziativa. Ho respirato aria di sospensione. E adesso, ritorno.


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di SpettrodiCla

21.01.07

Permalink 22:07:20, Categorie: Cinema-arte-cultura, 124 parole  

Relitti e vacuità umane

Cito [e citando, controfirmo] da un blog filosofico-letterario di alto livello qualitativo:


“Le Sirene non cantano più per gli uomini, cantano fra di loro. Il mare dell’esperienza ordinaria ci affoga (…). La loro canzone non è rivolta a noi, uomini vuoti. A noi che, come nel mare dell’Apocalisse, non possiamo che affondare. La nostra cultura ha fatto naufragio, taluni lampeggiamenti nel lasciano intravedere la strascorsa bellezza: ma sono relitti”.


(L. De Fiore, blog "Mare e Filosofia")


Sirena by salviati


E' questo il nostro destino? Affogare in un mare che c'ingloba senza ospitarci, che ci risucchia nel suo vortice mediatico rovinoso, lasciando di noi nient'altro che una vuota carcassa parlante? Per quanto ancora ci toccherà sopravvivere senza abitare per davvero questo mondo? Campare non è vivere. Crepare non è morire.


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di SpettrodiCla

17.01.07

Permalink 23:10:15, Categorie: Pensieri e parole, 298 parole  

A volte basta una rivista

Sono su una panchina, in centro, aspetto qualcuno. Non so cosa fare. Stranamente, non ho dietro un libro. L'i-pod è scarico. Non ho neanche carta e penna. Una congiura, insomma. Le lancette corrono. Alzo lo sguardo. Un'edicola. Compro una rivista con il faccione di Daniel Craig in copertina, cattivo e bello, dicono. C'è qualche articolo interessante, qualche pubblicità di troppo, qualche intervista degna di lettura. Le migliori, secondo me, sono quelle ai personaggi più improbabili. Tipo questa a Michela Cescon, un'attrice di film "impegnati" (Aria salata, Quando sei nato non puoi più nasconderti, Musikanten, Cuore sacro...), che per esigenze professionali fu costretta a dimagrire per interpretare un'anoressica. Queste le sue illuminanti parole:
"Perdere peso ti cambia la testa, ci ho messo due anni a riprendermi. Sono tornata presto a 50 chili, ma il mio corpo si rifiutava di prenderli e io mi piacevo così, provavo un senso di onnipotenza, i miei vestiti mi stavano meglio, tutti mi dicevano "Come stai bene!". La magrezza è una droga".

Donna e scheletro

Sante parole, dico io. E chi vi parla non supera i 52 chili, però non ha mai fatto diete e anzi considera il cibo un vero piacere. Per questo, mi chiedo spesso come si faccia a far dipendere da esso, solo da ciò che ingoi in pratica, tutta la tua vita. E' quasi incredibile. Che poi, perdere peso incide drasticamente sull'umore e sul carattere, per altro. Conosco persone assolutamente brillanti che si sono appiattite, livellate, rese anonime alla ricerca del peso perfetto. Che poi è quello dello slim-fast della pubblicità, o della prima velina che sculetta in tv. O della modella che non può superare una taglia proibitiva -ma qui si tratta di questioni professionali che la nostra politica, finalmente, pare voler affrontare-. L'immagine non è e non può essere tutto, signori miei: attenti a cadere nella trappola...


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di SpettrodiCla

13.01.07

Permalink 14:24:34, Categorie: Pensieri e parole, 138 parole  

Ancora, fra scimmia e uomo

Nel post precedente, la commozione, o meglio la “sumpatheia”, ha lasciato uno strascico involontario di vaga retorica, che ho odorato rileggendolo. La mia intenzione, ad ogni modo, era evitare una retorica peggiore: quella della scienza e del suo potere onnipervasivo. Della tecnica e della sua anonimizzazione.
Genie è stata trattata come un esperimento da laboratorio, che stava riuscendo perché in quegli anni era arrivata a risultati sbalorditivi. E tuttavia, come dire, non siamo cavie.

Ribadito questo, volevo proporvi un passaggio interessante, ancora in aria di esperimenti, ma stavolta il protagonista è un gorilla, tale Koko, capace di comporre persino alcune forme di intelligente quanto estremamente curioso fraseggio linguistico.
Gorilla

Di seguito, quella che mi ha colpito maggiormente:
-Dove vanno i gorilla quando morire?

Koko: Comodo buco addio.
-Quando gorilla muoiono?

Koko: Guaio vecchi.



[tratto da "Anima e corpo" di A. Ludovico]


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di SpettrodiCla

Permalink 01:25:34, Categorie: Pensieri e parole, 370 parole  

(Dis)Umano, troppo (dis)umano

Ci sono storie che neanche immaginiamo. Storie atroci, fatte di dolori e isolamenti disumani.
Storie di ragazzi cresciuti a stenti, rinchiusi in uno sgabuzzino per anni, ridotti a pane e acqua e a maltrattamenti vari da genitori psicotici. Storie di bambini abbandonati e allevati da scimmie, orsi, lupi… - quando la vera bestia è l’uomo, in altre parole.

Nossignori, qui non si parla delle avventure de Il Libro della Giungla o della saga di Romolo e Remo. Si tratta di fatti realmente accaduti, verificatisi nella realtà più incredibile, squallida, concreta.
Eccoli qui, tutti documentati, uno ad uno: http://www.feralchildren.com.

V’invito a leggere la storia della povera Genie, costretta fin da piccola ad un isolamento crudele: legata a una sedia, nutrita con delle scorribande di cibo ammassatole in bocca con fretta, accolta da grugniti e sputi di un padre violento, salvata solo in extremis da una madre debole e cieca.
E poi sfruttata dalla scienza, sottoposta a indagini mediche, studiata, esaminata, ossessionata senza alcun rispetto verso il suo immenso dolore. Un dolore che oggi nasconde ancora dentro il suo sguardo vuoto, rinchiusa - di nuovo, ma stavolta ufficialmente, “civilmente”, col beneplacito di tutti coloro che gridavano alla compassione e alla solidarietà per i bestiali maltrattamenti da lei subiti- in un istituto per adulti ritardati. Proprio lei, che aveva dimostrato una plasticità cerebrale al di sopra della media…

Sad Child
Ci sono cose che non si possono dimenticare. E che, secondo me, non si possono neanche tacere.

Oggi vi ho raccontato la storia di Genie, ma ce ne sono centinaia di altre, simili o differenti, in ogni caso dolorose, significative, da non trascurare.
Davanti a tragedie del genere, non c’è questiuncola nostra che tenga, non c’è lamentela, paranoia, problemino del momento valido. Contro ogni facile retorica, la memoria è cosa vuota e ingiusta, se non ci insegna a guardare con occhi diversi il nostro presente. Deve servire a ricordarci, anche nei nostri momenti più neri, quanto siamo stati fortunati ad aver ricevuto l’amore anche di una sola persona. Perché il calore umano non è qualcosa di scontato, non deve diventarlo e non dev’essere (fra)inteso come tale. E’ qualcosa di immensamente prezioso piuttosto, che, purtroppo, non tutti hanno avuto la fortuna di trovare.


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di SpettrodiCla

10.01.07

Permalink 01:30:04, Categorie: Cinema-arte-cultura, 488 parole  

Ospiti del caso in preda alla follia

A- che stai facendo tu? scrivendo scommetto!
C- beh non è difficile indovinare su questo con me.

A- infatti…
C- che frase hai vicino al nick?

A-“non ho dubbi che tutte le cose umane sono pazze e che noi viventi siamo degli ospiti”
C- esatto, di chi è?

A- alessi, un drammaturgo greco...oggi l'ho trovato citato su un libro ... e mi ha colpito...coglie bene la insufficienza delle impalcature filosofiche di ogni tempo, incapaci di spiegare appieno quel mistero che è la vita.
C- parla di un’insolita ospitalità…

A- sì, ospiti del caso...nella sua prospettiva
C- ospiti del caso… suggestivo… ma in che senso?

A- non mi sembra una prospettiva troppo religiosa la sua...è un caso immanente.
C- continua, ti ascolto…

A- non si può spiegare in termini troppo razionali ciò che è ontologicamente irrazionale..."le cose umane sono pazze”...
Dalì

C- dunque secondo te non è dato saperne nessun perché.
A- non voglio essere così assoluto...ma il caso svolge sicuramente un ruolo importante.

C- allora una follia del caso, che sconvolge le vite umane. bene, ci sto. ma fino a che punto? qual è il limite?
A- la follia di per sè è antitetica al concetto di limite, è il non limite. chissà se c'è un'intelligenza del caso; quello che dico di sicuro è che è folle dalla nostra, umana e limitata prospettiva.

C- che la follia sia folle, non c'è dubbio (bieca tautologia, quasi). io però credo che nella follia della vita il concetto di limite non solo c'entri, ma ne sia il protagonista. se ci pensi, viviamo al limite, al margine, fra dicotomie varie di cui follia-normalità è solo quella più suggestivamente evidente. non credi?
A- chi impone quel limite?

C- perché parli d'imposizione?
A- quindi si autoimpone dici...

C- c'è già da sempre. noi nasciamo in quel preciso limite.
Immagine di limite

A- il limite della nostra condizione. infatti la follia delle cose è un nostro pensiero, una nostra sensazione.
C- ma se così fosse, non sarebbe reale: basterebbe scoppiarla come una bolla di sapone, redimerci da questo doloroso "pensiero".

A- lo è... nel senso, è qualcosa che nn riusciamo a dominare nè a determinare, il corso delle cose... o meglio abbiamo su di esso una capacità di dominio limitata. il limite è rappresentato dalle azioni degli altri e da una componente di imperscutabilità.
C- imperscrutabilità. riecco il caso. rieccoci noi, ospiti del caso. struttura ad anello. ci penserò su...

A- a noi sembra folle... molto è dovuto alle volontà degli altri che si fanno azioni, volontà che evidentemente possono sfuggirci. in questo condivido l'idea di limite come tu lo concepisci.
C- certo, ma allora il limite del caso è in realtà il limite che pone l'altro, vivendo, alla tua stessa vita. nessun caso, dunque: solo libero arbitrio umano. imperscrutabilissimo, per altro.

A- se ci pensi..appunto il libero arbitrio nella prospettiva di ogni singolo porta ad un risultato di... casualità!
C- caso come effetto umano?

A- perché no?
C- perché no, già. Del resto, la storia siamo noi.



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di SpettrodiCla

08.01.07

Permalink 13:53:17, Categorie: Pensieri e parole, 208 parole  

In viaggio con le mie parole

Ho poco tempo oggi, mi sto dividendo fra esami e scrittura, impegni di lavoro e cinema, voglia di dormire e sveglie trillanti…Aiuto!
Non credevo di riuscire a scrivere, per la verità. Ma è più forte di me: quando avvisto la tastiera, le dita corrono, saltano, inciampano a perdifiato, smaniose di creare, provare, dire la loro sempre e comunque.

Talvolta, però, conviene fermarsi. Stare a guardare. Annusare il tempo.
by Enzo Sanapi

Ieri un mio amico mi diceva che ogni scrittore dovrebbe prima aver letto tutti i libri del mondo, solo dopo potrebbe permettersi di provare. Io non concordo completamente. Anzi, credo nel talento innato, genuino - sempre educabile e perfezionabile, certo.
Un’altra mia amica, oggi, invece, sosteneva che io dovessi scrivere, anche se poco, ogni giorno.

Ebbene, io oscillo fra queste due opinioni senza decidermi, senza sapere qual è il modo giusto, senza sentirmi di poter scegliere: scrivo quando sento che è l’unica cosa che vorrei fare in quel preciso momento. Un istante memorabile, unico, in cui il foglio di carta mi restituisce più di ciò che nel mio piccolissimo riesco a dargli.
Magari tutto ciò è sbagliato, ingenuo, fantasioso. Ma questa è la mia passione: non posso che viverla così. E continuare a crederci.


Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli.

(E.Salgari)


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di SpettrodiCla

06.01.07

Permalink 01:48:53, Categorie: Tu chiamale, se vuoi, emozioni, 99 parole  

Una Befana Buona per davvero

Una spettacolare partita del cuore, quella di quest'anno. Non solo, o non tanto, per i vincitori (la grandiosa squadra Giallorossa con un Ghione che si autodenuncia all'arbitro e richiede la propria espulsione!), quanto piuttosto per l'iniziativa di tutto rispetto che persegue e che mi sento di riproporre a tutti voi.
Mandate un sms al 48587 per aiutare e sostenere i bambini e i poveri del Congo - per noi costa un euro, per loro, inutile dirlo, vale immensamente di più.

C'è tempo entro al 7 gennaio per effettuare o ripetere la donazione, realizzabile anche dal telefono di casa al costo di 2 euro.


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di SpettrodiCla

04.01.07

Permalink 23:48:20, Categorie: Una chiacchierata con..., 612 parole  

Con la spontaneità di Russell Crowe

Lo confesso: mi aspettavo un gigante, un omaccione dalla voce cavernosa, tutto muscoli e ferocia mastina. Responsabili diretti dei miei pregiudizi erano le varie voci scandalistiche sulle sue risse, insieme forse alla rievocazione della sua celebre figura in veste di gladiatore.
Eppure mi sono ritrovata davanti una persona squisita, alta e robusta nella media, dai modi gentili e dal sorriso zuccherino. Un’altra sorpresa delicata, a seguito di un film suadente perché sussurrato sottovoce, fra le bollicine del mosto e i paesaggi impressionisti della Provenza. Parlo, ovviamente, di Un’ottima annata, pellicola soave e seducente, pur scontando una trama niente affatto originale. Riassumendola: Lui= tipico uomo in carriera cinico e senza legami. Lei= una deliziosa francesina del paese d’origine, camiera. S’innamorano per caso. Colpo di scena: si ri-conoscono dopo vent’anni. Lui decide di restare e, quindi, di cambiare. Brindisi all’Amore e alle piccole cose che valgono.

E tuttavia, la sceneggiatura regge perfettamente, il film non annoia e non cade nel facile dejavù, si devia sul territorio del vino e della proprietà, oltre che su quello dei ricordi e degli affetti familiari, descritto al meglio da un abile Ridley Scott che, messe da parte le ambizioni circensi/gladiatorie, sa emozionare per davvero.
A good year

[Russel Crowe declama in italiano]: “Ovviamente dopo il Gladiatore ci sono alte aspettative. Ma questo film è completamente diverso e io ne sono felice. Ridley è un regista eccezionale, è un privilegio stare sul suo set. Abbiamo molto in comune, lo stesso senso dell’estetica, la stessa condivisione dei valori e dell’umorismo, ma soprattutto siamo molto amici”.


La sua pronuncia è imperfetta, ma il suo tentativo goffo risulta simpatico e divertente. Mi colpiscono i suoi occhi che brillano, mentre continua a parlare, oltre che del film:
- Di Roma, del suo amore per la città eterna: “Amo ogni angolo della vostra città, le vie piene di turisti…ecco, forse devo tornare in inverno, per stare solo con i romani”.

- Dei tempi comici della vita: “Anche la vita ha i suoi tempi comici, non solo la commedia di per sé (…). Le domande essenziali sono: sei al posto giusto? Al momento giusto?”
- Della sua vita e del modo di assaporarla (come un vino, come nel film): “Mi sono sposato, ho due bambini, tutto ciò che faccio rispecchia le esigenze di mia moglie e dei miei figli, cerco luoghi accoglienti per loro, sono le mie priorità, forse occupano anche tutti e quindici i posti dopo la priorità! C’è stato un momento professionale in cui volevo dimostrare di poter fare tutto, ora invece mi godo di più la vita. Del resto, ho solo 42 anni: si spera che invecchiando riesca ancora a migliorare la mia prospettiva sul mondo!”

Russel Crowe
- Del suo rapporto con il lavoro che fa: “Sul lavoro mi piace concentrarmi, mettere energia in ciò che faccio, collaborare, risolvere i vari problemi, dire la mia sulla sceneggiatura…”

- Della magia della Provenza: “E’ stupenda, ha a che fare con la fertilità. L’agricoltura viene praticata in modo intensivo, le strade sono splendide e solitarie, io andavo sul set con la bicicletta. Poi eravamo proprio al passaggio di stagione e quella bellezza dei colori mi ricordava, per la magia di certe ore della giornata, il mio paese (l’Australia, n.d. R.). Mi ha colpito in particolare la collina di arenaria rossa. Sapete, c’è una leggenda macabra su questa storia (ce la racconta: in sintesi, il rosso deriva dal colore del sangue di una donna…). E poi il mio secondo figlio è stato concepito proprio lì, quindi ve la consiglio caldamente!”


Mi ha convinto. Prossima tappa, non appena potrò concedermi lo svago d’un viaggio intenso, Provenza. Ma prima passatemi un bicchiere di vino di buona, anzi, ottima annata.


Permalink 2 commenti
di SpettrodiCla

Permalink 01:11:52, Categorie: Cinema-arte-cultura, 592 parole  

Metti una sera al cinema… - seconda parte

D’inverno il cinema è un toccasana contro freddo e noia. Il che, in tutta sincerità, mi irrita non poco. Perché capita di tutto -anche d’estate, certo, ma l’offerta è diversa, lo dimostra il fatto che sotto Natale escono quasi tutti i così detti “cinepanettoni”, boiate clamorose più per cinofili che per cinefili doc, ma questa è un’altra storia.
Al cinema d’inverno capita di tutto, dicevamo. Capita di ritrovarti con ululanti comitive di ragazzini che scambiano le poltroncine per i loro motorini e si mettono a chiacchierare durante tutto il film, con i loro immancabili popcorn in mano, le zampe appollaiate sul sedile davanti e l’isterico berretto ben indossato. Per la felicità dei malcapitati di turno dietro a loro, ovviamente.

Capita di sporgerti nel mezzo di tenere coppiette, che hanno tutto il parentame intento in chiassose tombolate nelle rispettive case e non trovano altro nido d’amore che il buio accogliente della sala. Se solo avessi il coraggio d’interromperli, diresti loro di staccarsi, suvvia, come si fa a vedere un film con un giano bifronte perennemente ciondolante davanti?
Quel che è peggio sono gli amici di una certa età, quelli che non vanno al baretto sottocasa perché fa freddo e magari si rintanano per vedere un bel film. E già. E poi guardano male i ragazzini. E sbirciano le coppiette. E sono pronti a giudicare tutto e tutti, disprezzare quest’età che non è più quella di un tempo, questi giovani d’oggi che non sanno più come divertirsi, questi filmacci italiani che non sono più quelli di una volta. E intanto, loro parlano e tu, il tuo film, proprio non riesci a sentirlo.

E se dopo quest’irriverente quanto scherzosa panoramica ancora foste rimasti del sacrosanto proposito di rinchiudervi in un cinema, sappiate che la vostra mission impossibile non finisce qui. Dovrete districarvi negli oscuri meandri della politica-box office-lustrini e cotillons, tentando di dribblare i film di pessima qualità per puntare sul sicuro. Oppure, sul meno peggio.
nicholson

I primi due filmoni da non perdere, giganti come i loro nomi, sono Babel e The Departed, entrambi in odore di Golden Globes. I rispettivi registi sono di per sé garanzie viventi: se Iñárritu coinvolge e commuove con i suoi intensi intrecci di trama e sensazioni, storie e volti dalle mille sfaccettature, Scorsese si diverte invece a giocare sul tema del doppio e non fa che sbalordire di continuo, tirando fuori dal cilindro talenti come Leonardo Di Caprio e Jack Nicholson per burlarsi del destino e della piccolezza di uomini e topi (o talpe, o rats) con un avvincente gangster movie d’eccezione.
A me gli occhi, please pare voler dire anche Christopher Nolan, che aggiusta il tiro plasmando doppiezze magiche, o forse reali, nel suo folgorante The Prestige, dove, come ogni buon numero che si rispetti, il trucco c’è ma (forse) non si vede.

The prestige
Chiude il quartetto delle pellicole da non farsi sfuggire l’inquietante Il Labirinto del Fauno, un thriller intenso e cruento, che acciuffa un’ispirazione fantasy (le fate, il bosco incantato…) per gettarla in un fango dark che tutto tinge di tensione. Ottima la regia di Del Toro, che conferma l’ipotesi di un’eclatante esplosione del cinema messicano, sempre d’indubbia notevole qualità (grazie al trio Cuaròn- Iñárritu -Del Toro).

Non c’è realtà più inquietante di quella in cui già ci troviamo a vivere – questo il resoconto devastante a cui costringono i suddetti film, che sbattono sul grande schermo la mediocrità dell’essere umano, putridamente marcio dentro, oppure, nel migliore dei casi, dannatamente solo.


(continua…)


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di SpettrodiCla

Permalink 00:04:12, Categorie: Pensieri e parole, 325 parole  

Ladies and gentlemen: I'm back!

Anno nuovo, vita nuova.
No, scusate. Non c’è niente di peggio che iniziare l’anno nuovo con una banalità gratuita.

Dovrei allora scusarmi, forse, per la mia clamorosa assenza dal nostro neonato blog. E tuttavia non lo farò: dovrei spiegarvi le intricate vicende che mi hanno accompagnato nell’ultimo mese del 2006 (forse il peggiore di tutti addirittura...) e così facendo mi sovraccaricherei di ricordi che sono invece sicura di aver irrimediabilmente gettato giù dalla finestra (quella immaginaria, sempre aperta sul mondo - stile Magritte).
Magritte

Si butta la roba vecchia a Capodanno, dicono. Ebbene, io mi sono disfatta del mio cadavere, riscoprendomi nuova e piena di energia appena pochi minuti dopo la mezzanotte.
Nessuna magia, nossignori. Semplicemente, quando cadi e ti fai male, e poi ricadi, e continui a farti male… beh, o ti rialzi, oppure ti lasci scivolare giù, lentamente, fino alla fine. E così ho fatto io, scegliendo di rotolare in una deriva umorale instabile di proposito. Poi, però, ho sincronizzato le lancette del mio orologio: non potevo sbagliare, era finalmente giunta l’ora. Così, come nella più classica delle fiabe, scoccata la mezzanotte il sortilegio pareva essersi dissolto. Ma lo dico ancora sottovoce, perché quel trickster mascherato da destino potrebbe sentirci… e chissà che non mi voglia tirare altri brutti scherzetti, anche quest’anno!

Camminando in punta di piedi per non farmi sentire da lui e dagli altri spiriti maligni che spesso infestano le nostre nottate senza invito, vi faccio i miei migliori auguri per questo sfavillante e coraggioso 2007. Coraggioso, ebbene sì: se sei arrivato/a fin qui, dico a te che leggi, sì, proprio a te che continui a seguirmi irrequieto/a, desideroso/a di sapere il chi di questo “tu” che sto usando senza permesso… ebbene, dicevo, se sei arrivato/a fin qui, sappi che il peggio è passato. Di sicuro. Non ci saranno che giorni migliori – questo il mio augurio e la mia speranza.
Ed ora, possiamo davvero ricominciare.

Luci, camera, azione.


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di SpettrodiCla

30.11.06

Permalink 01:02:19, Categorie: Una chiacchierata con..., 452 parole  

Con l'entusiasmo profetico di Patrice Leconte

Patrice Leconte è esattamente come me l'aspettavo. Un uomo distinto ed elegante, arguto e spiritoso, paziente e disponibile. Quando, alla fine della chiacchierata in conferenza stampa, vado a porgergli un sorriso ed un saluto, lui mi ricambia scrivendo sul libretto che avevo in mano tre parole. Tre semplici parole in fila, tuttavia piene di entusiasmo, energia, passione.
VIVE LE CINèMA!.

Un gesto spumeggiante che risuona però come un testamento commovente, se penso alla sua dichiarazione definitiva, senz'appello:
"Smetterò di fare cinema. Non è un vezzo. Farò altri tre film [tre: il numero torna, come un fantasma n.d.r] e poi basta. Faccio il mio mestiere con entusiasmo da sempre, non mi risparmio mai perché adoro ciò che faccio. Per questo, voglio smettere prima che tutta questa energia cali. Non voglio diventare uno di quei registi vecchi ed annoiati che non riescono più a trasmettere emozioni. E questo è un problema mio: non so rallentare. So che non riuscirei a girare film meno spesso di quanto faccio, l'unica soluzione è darmi un termine. Per altro so già quali sono questi miei ultimi tre film. Poi smetterò di sicuro, anche se ancora nessuno ci crede".

Una decisione coraggiosa, un'autoimposizione pseudoartistica o uno scacco matto lucido e razionale alla propria carriera?
Eppure, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, non è triste Leconte, mentre anticipa questo futuro addio al Cinema. Piuttosto rassegnato, ma sempre convinto, forte. Sprigiona un'energia che mi accorgo con rammarico di non possedere, pur nella mia giovinezza più evidente. Patrice Leconte

Questo colpo di scena di un regista sobrio e raffinato come lui mi ha colpito. Mi sono chiesta tante cose in pochi minuti. Si può dare una scadenza alla creatività? Si può decidere quando ci si invecchia? Ci si può proteggere dall'eventualità della noia, della routine, di quel male di vivere quotidiano che neutralizza l'eccellenza e riduce ogni talento a un mero sanza infamia e sanza lodo di circostanza?

Forse no, penso. Non si può. Eppure si dovrebbe. Sarebbe bello evitarsi una delusione, risparmiare il rimorso di un flop, guardarsi dal rimpianto di non essersi fermati prima di cadere. Leconte la sa lunga: vede più avanti di quanto dovrebbe. Spinge il suo sguardo al di là di sè, del suo stile di vita, arrischiandosi in una profezia che certo gli sarà fatale. Già lo immagino al suo ultimo ciak, pieno di nostalgia e di dubbi - ma ecco, sto ancora facendo correre la mia fantasia lungo i binari di una personalità altra. Forse, invece, quell'ultimo battito di ciak sarà l'inizio dell'ennesimo sorriso di un uomo capace di gridare "Vive le Cinèma!" al mondo intero, con la genuinità di un bambino costretto ad un atto estremo per paura, alla Dorian Gray, di veder irrimediabilmente sfiorire la sua opera.


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di SpettrodiCla

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(Jacques Derrida, Memorie di cieco)
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