Capodanno in Egitto
E’ la quinta volta che conduco la serata di san Silvestro nell’Aida Ballroom del Marriott Hotel di Gezira, l’isola sul Nilo nel cuore del Cairo. Una tradizione che mi permette di trascorre il 1° gennaio a visitare dei posti nuovi. L’anno scorso è stata la volta della moschea di Ibn Tulun, del museo Gayle Anderson e del parco di Al-Azhar. Sono come tessere di un mosaico, ogni anno ne aggiungo di nuove e così cresce la mia conoscenza dell’Egitto.La notte di capodanno del 2003 ero a bordo della nave Ninfea II ormeggiata ad Assuan, e mi trovavo al tavolo di una delle guide più famose d’Egitto, il mitico professor Zaccaria. I viaggiatori italiani di Best Tours lo conoscono bene: sembra uscito da un racconto di Agata Christie, con la sua sahariana e il casco coloniale. Gli avevo espresso la mia ammirazione per il viaggio in nave, per la bellezza dei panorami, per il fatto di veder sfilare sulle rive la vita dei contadini, che coltivano i campi come al tempo dei Faraoni, usando i bufali per tirare l’aratro e il prof Zaccaria mi disse: “Lei deve visitare l’oasi di Al Faiyum, le piacerà”.
Quattro anni dopo ho avuto l’occasione giusta per poter raggiungere l’oasi, che si trova 130 km a sud-ovest del Cairo. Un grande lago di acqua salmastra, lungo 40 km, la costeggia. Si chiama Qarum e nel punto in cui è più largo la foschia impedisce di vedere l’altra sponda dando l’impressione di essere in riva ad un mare. La costa dall’altra parte è desertica e rocciosa. Sulle rive del lago sorgeva Crocodilopolis, l’antica città che ospitava il tempio dedicato a Sobek il dio Coccodrillo (nella foto, alle mie spalle l’effigie del dio con la testa da crocco scalpellata via dai proto-cristiani. L’oasi si estende per 1.270 km², ed è irrigata da un grande canale che porta l’acqua dal Nilo. Quasi alla confluenza tra il fiume Padre dell’Egitto e il canale c’è una piramide che sono andato a visitare. Ma il momento più bello della giornata
l’ho vissuto nell’attraversare il villaggio di al-Lahuni, a fianco della piramide. Viaggiavo con Tamer la guida (nella foto) su un pulmino bianco, con il pick della polizia turistica che apriva la strada. Precauzione obbligatoria in certe zone dell’Egitto, probabilmente non necessaria ma rassicurante per i turisti spaventati dal fanatismo islamico. Lasciata la strada principale,per arrivare alla piramide e risparmiare tempo abbiamo attraversato direttamente le strade in terra battuta del centro abitato. E siamo finiti in un presepe vivente! Quella è stata la mia impressione. Svoltato un angolo siamo entrati in una piccola piazza inondata dai raggi del sole calante dove sembrava ci fosse tutta la popolazione del villaggio. Erano tutti lì, indaffarati e tutti vestiti con la galabeya, la tunica tradizionale. Uomini, donne e bambini. C’erano vecchietti che rientravano dai campi cavalcando asinelli, bimbi che correvano e ci salutavano urlando “Hallo!”, carretti carichi di verdura, bancarelle di frutta, un minuscolo caffè con due tavolini fuori e distinti signori in caffettano che fumavano il narghilè.
Una scena bellissima, pareva una rievocazione storica. Si respirava l’atmosfera tranquilla della fine di una giornata di lavoro nei campi, sentivo l’odore della carbonella accesa per cucinare. Polli e anatre razzolavano, dei bambini facevano avanzare un piccolo gregge di caprette.
Ad un certo punto l’abitacolo del pulmino è stato invaso da un odore di menta fortissimo: veniva dal fascio di menta per il thè che un uomo davanti a noi trasportava a dorso d’asino.
Ecco, per me Al Faiyum sarà per sempre il profumo della menta appena falciata.





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